Dafne Eleutheria

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VariDafne Eleutheria rende sua la famosa frase di Giorgio di Genova: “l’arte è un puro atto di narcisismo”; nel primo approccio alle esposizioni personali “Primi passi” la prima, troviamo copie da manuali d’arte che già comincia ad interpretare dando origine ad una vita interiore dell’opera trasportando timidamente il suo inconscio al suo conscio e con il tempo l’esprimersi creativo di questo artista diviene sempre più predominante, rendendolo, a volte, saturo della grigia quotidianità del vivere borghese, infatti per lui l’arte è divenuta non un mero “hobby”, ma rappresenta una vera e propria esigenza fondamentale che va a coincidere con i suoi bisogni primari esistenziali.

Il tema predominante e che dominerà quasi tutta la prima fase della sua vita artistica, è quello delle figure classiche e neoclassiche, per una sua ideologia pagana radicata in lui.

Continuando i suoi studi di pittura impara ad andare oltre l’immagine superficiale che rimanda la tela cogliendo il nucleo di ciò che l’artista vuole trasmettere; in un’intervista, infatti, Dafne Eleutheria dichiarerà: “non posso più tornare indietro, il mondo della pittura e del disegno si è impossessato di me, sovrapponendosi al mio mondo reale, quotidiano. Per me l’arte è innanzitutto Libertà, la Libertà con la “L” maiuscola, quella che ci dà la possibilità di essere e non di dover essere, come sovente avviene nella nostra quotidianità. Quando creo, ogni laccio inibitorio si scioglie consentendomi di vivere e non sopravvivere.”

Verso la fine del 1400 e gli inizi del 1500 si parlava di ‘scuola fiorentina’ che privilegiava il disegno, e ‘scuola veneta’ che privilegiava il colore, il nostro artista all’inizio della sua carriera avrebbe sicuramente preferito la ‘scuola fiorentina’ ma con l’evolversi del suo sentire la ‘scuola veneta’ si impossessa di lui senza dargli possibilità di discernimento, ecco che emerge il vero artista che vive la sua arte senza possibilità di ritorno alla grigia quotidianità.

Nella sua mostra intitolata “Nocturnes”rende omaggio ai pianisti francesi Claude Debussy, Maurice Ravel e Francis Poulenc che, con le loro note liquide e notturne, accompagnano lo scorrere delle sue dita sui fogli.

Scrive:”…trovo immagini astratte di colori che si scontrano, si toccano, si avviluppano, s’intrecciano per poi lasciarsi e riabbracciarsi di nuovo.”

Come Franco Vaccai nel 1972 propone “800 Km di esposizione. Da Modena a Graz” fotografando le auto che correvano sul tratto autostradale che compiva, così Dafne ci propone, quei luoghi frequentati abitudinariamente, riesce a rendere con i suoi pastelli e carboncini l’inquietudine provate guardandoli al di là della banale visione distratta del passante casuale, crea così domande che richiedono risposte assolutamente individuali.

Il senso dei suoi lavori sta nella malia delle sue cromie che affascinano e stregano nel contempo, sia l’artista che non crede neppure di essere riuscito a comporre l’opera, ma anche all’osservatore esterno, abbacinandolo di realtà luminosa e ammaliante.

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