Andrea Poggipollini

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“O somma luce, che tanto ti levi dai concetti mortali, alla mia mente ripresta un poco di quel che parevi e fa la lingua mia tanto possente ch’una favilla sol della tua gloria possa lasciare alla futura gente…”

Questa invocazione viene fatta da Dante quando egli sta per descrivere la presenza di Dio.                                                                                                                                         La creatività è una prerogativa dell’uomo e può essere vista come l’umile corrispettivo umano della creazione divina; essa si serve di ciò che è già esistente e disponibile e lo trasforma in modi imprevedibili.                                                                                                Il processo creativo determina un arricchimento auspicabile dell’esperienza umana; quest’ultima è uno dei mezzi principali attraverso i quali l’essere umano si libera dai vincoli non soltanto dalle sue risposte condizionate ma anche dalle sue scelte abituali.               La creatività non è semplicemente originalità e libertà illimitata.                                      Essa è molto più complessa ed impone anche delle restrizioni.                                      Mentre usa metodi diversi da quelli del pensiero comune, o meglio, deve essere qualcosa che, prima o poi, il pensiero comune potrà capire, accettare e apprezzare, altrimenti il risultato sarebbe bizzarro e non creativo.                                                                          L’opera creativa riveste una duplice funzione: nel momento stesso in cui amplia l’universo aggiungendo o scoprendo nuove dimensioni, essa arricchisce e potenzia anche l’uomo, che sarà in grado di sperimentare internamente queste nuove dimensioni. Essa è rivolta non solo a ciò che è visibile, ma, in molti casi, anche a ciò che è invisibile. Anzi è la premessa eterna della creatività di mostrare che l’universo tangibile, visibile e udibile è infinitamente piccolo in confronto a quello che aspetta di essere scoperto attraverso l’esplorazione del mondo esterno e della psiche umana.                                                 L’artista cerca di deantropomorfizzare il suo oggetto d’indagine, per carpirlo completamente senza interferenze dovute a percezioni, preconcetti o pregiudizi. Il processo creativo è un modo per realizzare il desiderio o la ricerca di un nuovo oggetto o stato di esperienza e di esistenza che non è facile trovare od ottenere                           Nell’arte l’opera rappresenta spesso non soltanto il nuovo oggetto ma anche questo desiderio, questa ricerca indefinita, questo sforzo prolungato eppure mal completato, che ha una motivazione cosciente ed una inconscia.                                                          L’artista per essere tale ha bisogno di “spontaneità”, “originalità” e “creatività”. La spontaneità artistica di Andrea Poggipollini ha una certa gamma di possibilità immediatamente disponibili all’occhio scrutatore dell’osservatore.                                      La sua arte vive in virtù delle qualità intrinseche e delle esperienze passate e presenti, in quanto essa è plurisensoriale; e sublimando in un processo altamente concettuale una sintesi “magica” dalla quale emerge il Nuovo, l’Inaspettato e l’auspicabile.                            Il nostro artista propone con le sue creazioni il “Dove” si trova la vera identità dell’oggetto: nella rappresentazione, nella descrizione verbale o nell’oggetto in sé? Gli oggetti artistici del nostro Maestro sono anche qualcosa da “vedere”. La sua essenza oltre a consistere nello stimolo sensoriale, in una struttura di rapporti di forme, in un processo intellettivo e sensibile che l’artista spera di sviluppare nell’astante  Nasce e cresce l’opera, come un motto di spirito freudiano sollevando profondo interesse. Esso è un’espressione particolare della spiritualità dell’uomo; consiste nel trovar senso in qualcosa che non ne ha; la capacità di combinare idee con estrema rapidità.                                                        Si percepisce uno stimolo come spiritoso quando si è preparati a reagire alla logica e poi ci si accorge che si sta invece reagendo ad una logica difettosa.                                Grazie a questo spirito l’artista si rivolge all’area del Concettuale con una ricerca vera e permanente; il suo linguaggio muta, assume cadenze di derivazione classicheggiante e di preziosa definizione, ma i nessi, la fluidità, la trasposizione allegorica divengono semplicemente eco di altro.                                                                                                  La purezza delle opere di Poggipollini è di natura interiore, una purezza in cui si può ravvisare la spiritualità della miglior cultura nordica.                                                                  Egli vive la crisi dei valori novecenteschi con una sensibilità tale da fargli sfiorare la follia. Vive il drammatico dissidio della contemporaneità e la sua determinazione a volerla ignorare, con una consolante elegia  per la bellezza oltre i confini della morte. Le sue opere vivono in un misticismo tra la decadenza e la perfezione neoclassica.                     La scultura di Poggipollini conserva un’energia interiore in quanto attivo il suo conflitto. Come per Wildt:                                                                                                                    “…per creare un’opera…ci vuole dedizione piena della miglior parte di te all’opera tua; umiltà profonda dinanzi agli insegnamenti della natura; abbandono ribelle di tutte le consuetudini errate; sincerità e lealtà assolute; impeto nell’affrontare l’aspra materia; ardire nell’affidarti alle tue ispirazioni; volontà, paziente e indefessa al lavoro…”                           Ma il grande segreto dell’arte di Poggipollini è legato alle più imprevedibili alchimie, quasi riti esoterici primitivi…alla presenza di quei 21 grammi che ci rendono unici e che lui imprime alle sue opere.                                                                                                        Mentre il “cittadini del Mondo Occidentale” si dibattono tra certezze l’artista si dibatte nella contraddizione dell’inverso delle vacue pseudo-solidità propinateci. Socrate sosteneva che la verità si trova nell’incertezza  infatti il problema delle certezze è che confermano le illusioni e conducono ad una verità apparente.                                                                     L’arte del Maestro è alla continua ricerca della perfezione dell’oggetto, in una continua indagine di certezza mai raggiungibile con la perfezione delle proprie opere delineando una volontà di assoluto…una continua ricerca di stabilità cercando di fuggire dall’ansia dell’incertezza;ma esso è artista e subisce il subbuglio di essa costantemente attuale, l’incompiutezza delle proprie opere, l’imperfezione è infatti il meccanismo che muove la fantasia e proprio come Michelangelo nei “Prigioni”  esso nelle sue opere cerca la vera Essenza di Sé.

Pasini Federica

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